giovedì 25 febbraio 2010

Un amore...l'amore



Quante volte nella mia vita ho detto: “Ti amo…”.
Tante, forse troppe.
Ho promesso a Virginia di non svelare niente della mia storia prima che lo abbia fatto lei attraverso le carte, ma è difficile per me parlare di qualcosa di diverso dal pensiero che come un tarlo è entrato nella mia mente.
Quel pensiero ha due occhi celesti e profondi e una bocca piccola e carnosa, la carnagione chiara e una risata che sembra il tintinnare di tanti campanelli.
Non riesco a togliermelo dalla testa o forse è il mio cuore a non volerlo lasciar andare.
Quel pensiero ha un nome che dentro di me si ripete senza sosta e chiede di essere urlato al mondo.
Quel pensiero è un sorriso da guardare in silenzio, una voce carezzevole da ascoltare e una mano che vorrei che stringesse la mia.
Non posso mancare alla mia promessa…
Posso raccontarvi però, di altri due occhi che hanno fatto vibrare il mio cuore della stessa misteriosa e magica energia. Gli occhi di Luigi.
Era una sera d’estate.
Un’amica mi aveva invitato a una festa sulla spiaggia per il compleanno di sua sorella.
Avevo diciannove anni.
Il liceo era finito e la vita mi spalancava le porte di un futuro tutto da costruire e da sognare.
Una nuova realtà mi aspettava e dentro di me l’emozione lottava con la paura.
Quella sera però, c’erano solo il crepitare delle fiamme del falò, le risate e la musica.
Non conoscevo quasi nessuno e la mia timidezza mi spinse presto a sedermi in disparte a guardare il mare.
Il rumore delle onde si mescolava alla musica e l’acqua sembrava chiamare il mio nome.
Mi allontanai dall’isola di luce creata dal fuoco e mi spogliai.
L’acqua mi accolse come un freddo abbraccio e mi provocò un brivido lungo la schiena.
Il cielo si rifletteva sulla superficie cupa e io m’immersi tra le stelle.
Quando tornai a riva, un ragazzo mi si avvicinò porgendomi un asciugamano.
Iniziammo a parlare di niente: della temperatura dell’acqua, della bellezza del fuoco, della musica e delle stelle, ma di quel niente il mio cuore si nutriva e avrei voluto solo che quella notte non lasciasse mai il passo al nuovo giorno.
Ci salutammo così come c’eravamo incontrati senza nemmeno dirci i nostri nomi.
Sola nel mio letto piansi per la gioia di quell’incontro e per la sua ingiusta brevità, ma il destino non ci lascia mai soli, anche se troppo spesso dubitiamo della sorte.
Dopo una settimana, lo incontrai di nuovo.
Cosa vi posso dire di più? Era il primo amore e dentro di me avevo deciso che doveva essere l’ultimo.
Bevemmo l’uno le parole dell’altra, scoprimmo i nostri corpi, ci nutrimmo di sogni condivisi, respirammo la stessa aria e ci giurammo che non ci saremmo mai separati.
Non eravamo la coppia perfetta, io troppo timida e introversa, lui estroverso e volitivo, ma ci amavamo e questo ci bastava.
Dopo il matrimonio però, la sua gelosia crebbe fino a divenire una gabbia dorata.
Tutto divenne un problema: il mio lavoro, le mie amiche, perfino il rapporto con mia sorella.
Ogni mia parola, ogni mia risata, ogni mia confidenza, ogni mia carezza doveva essere per lui.
Io ero sua.
Modellai me stessa per essere la moglie di Luigi.
Rinunciai alle amiche, feci in modo di avere solo donne come pazienti, limitai i contatti con la mia famiglia e mi offrii a lui completamente.
Quando finalmente fui solo sua, mi accorsi che nei suoi occhi non c’era più la luce speciale di quella prima notte e non sentii più dalle sue labbra parole d’amore.
Adesso che ero sua, che avevo perso me stessa per essere sua, per lui non ero abbastanza.
È inutile che vi elenchi le critiche e le umiliazioni, che vi descriva la disperazione che mi soffocava mentre lo aspettavo nel letto da sola e lo vedevo tornare ubriaco con addosso un odore che non era il mio. Tutto questo è passato e lo voglio seppellire, anche se ci sono delle domande che in me non troveranno mai una risposta.
Dove è finita la luce che era nei suoi occhi?
Dove le promesse?
Dove quell’amore che dissetava le nostre anime?
Il tradimento è amaro come il fiele e mi chiedo quando potrò di nuovo sentire la dolcezza della fiducia.
Il pensiero che mi tortura è la speranza che quella fiducia possa rinascere e non abbandonarmi più.
È il timore di lasciarmi andare e affidare le mie fragili ali nuovamente al vento della vita.
Il pensiero che mi tiene sveglia la notte però, non è solo l’insicurezza di credere di nuovo nell’amore.
È il tremore che mi scuote nello scoprire in me un sentimento nuovo che non avrei mai immaginato di poter provare.
La mia piccola mente si arrovella con mille dubbi e giudizi di fronte all’ardore del mio cuore che ha trovato una nuova sorgente e vuole dissetarsi e dissetare.
Il mio amore mi fa paura.
Il mio amore mi sorprende e mi racconta di una Laura che non conoscevo e con la quale non so se sono capace di convivere.
Il mio amore sarà così forte da tenere la testa alta di fronte al mondo?

mercoledì 24 febbraio 2010

Francesca


Quello tra me e Francesca è un rapporto speciale, non siamo solo zia e nipote, siamo anime affini e ci prendiamo cura l’una dell’altra.
Io mi preoccupo dei suoi bisogni fisici e lei nutre il mio cuore e mi dona ogni giorno la forza per andare avanti.
Mi ricordo ancora il giorno in cui mia sorella Cristina mi disse di essere incinta. I suoi occhi brillavano e le sue guance erano rosse per l’emozione.
Dentro di me sentii una piccola puntura, dritta nel cuore. Ero felice per lei, ma ero anche gelosa di quella sua gravidanza inaspettata e prematura insieme con un uomo conosciuto da pochi mesi.
Mi sono pentita mille volte di quel sentimento così ingiusto rispetto alla sua gioia tanto pura, ma non posso mentire a me stessa, avrei voluto essere al suo posto.
Desideravo avere il suo entusiasmo e la sua vitalità che non conosceva la paura del domani.
Io invece avevo sempre tanti dubbi, avevo bisogno di pensare a ogni cosa mille volte prima di prendere una decisione, ero perennemente insicura.
Il giorno del parto le mie mani tremavano ed erano fredde come il marmo, mentre massaggiavo la schiena di Cristina e cercavo di sostenerla durante il travaglio.
Lei urlava e continuava a ripetermi che quel dolore era troppo forte e che non ce la poteva fare a sostenerlo.
Io la incoraggiavo e le dicevo di respirare, ma in verità avrei voluto solo piangere.
Sentivo la sua pena come fosse la mia e il non poterla aiutare mi dilaniava.
Il parto fu lungo, tanto che i medici arrivarono a pensare di procedere con un taglio cesareo.
Mia sorella piangeva per il dolore, la confusione e la paura di perdere quella bimba tanto desiderata. Dentro di me c’era solo una preghiera silenziosa e costante verso una forza più grande che potesse salvare quel piccolo essere che ancora non aveva visto la luce.
Fu un miracolo. Mentre già la stavano preparando per la sala operatoria le contrazioni della fase espulsiva si fecero più forti e in pochi minuti Francesca aprì gli occhi sul mondo.
Era piccola, rugosa, rossa con due occhi enormi. Da quel momento il blu dei suoi occhi è rimasto stampato dentro di me per sempre.
I neonati hanno gli occhi di un colore magico, che incanta il cuore e ci ricorda che siamo tutti delle stelle venute dal cielo.
La felicità della sua nascita però, lasciò presto il posto alla preoccupazione per la salute mentale di mia sorella.
La depressione post partum le tolse le forze, la pazienza, la gioia di vivere e perfino il desiderio di curarsi della sua bambina.
I medici ci dissero che aveva bisogno di essere aiutata e così a turno, io e sua suocera, andavamo a casa sua e ci occupavamo della piccola.
Francesca cresceva sorridente e tranquilla, ignara del disagio che la sua presenza provocava a sua madre.
Tenerla in braccio mi dava un senso di pace e pienezza che non avevo mai provato.
Mi sembrava che il tempo si fermasse per ascoltare il suo respiro leggero e che due grandi braccia ci cullassero entrambe.
Il suo pianto invece mi scuoteva e allarmava e per non farla disperare cercavo di prevenire tutti i suoi bisogni.
Ero in costante ascolto per cogliere ogni cambiamento del suo umore. Chissà forse era la nostra empatia a permettermi di sentirla, anche se non ero sua madre.
In un angolo del mio cuore, lei per me è anche mia figlia.
Cristina lo sa e a volte è gelosa del nostro rapporto. Una volta mi ha accusato di avergliela rubata.
Le sue parole mi sono scivolate amare nella gola e mi hanno fatto ricordare la mia invidia.
L’ho abbracciata e le ho chiesto scusa.
Allora abbiamo pianto tutte e due come due sciocche e poi abbiamo riso fino ad avere di nuovo le lacrime agli occhi. Cristina e Francesca sono la mia famiglia.

Adesso voglio essere io a parlare...


Sul sito di “Per Fiducia” che trovate come link in questa pagina è Virginia a raccontare la mia storia, ma ora voglio essere io a parlarvi di me…
Sono nata in un piccolo paese dell’Umbria arroccato in cima a un colle.
Arrivando dalla superstrada appare come un frammento di passato incastonato tra i boschi.
Le case sono quasi tutte di pietra antica e le strade ancora pavimentate di sampietrini.
Da bambina ogni porta era quella di casa.
Noi ragazzini potevamo giocare liberi tra i vicoli vegliati da tanti zii e zie e all’ora di pranzo, se non eravamo ancora tornati, nostra madre urlava il nostro nome dalla finestra.
Nel mio ricordo il mio paese sta nel palmo di una mano, quella di una bambina felice.
Era una situazione per molti aspetti disagiata perché per ogni cosa c’era bisogno di prendere la macchina o l’autobus, ma la solidarietà, che c’era tra la gente, rendeva quel piccolo borgo una famiglia capace di far fronte insieme alle necessità di ognuno.
Dentro di me la mia infanzia è fatta di sorrisi, corse a perdifiato, pizza mangiata seduti sui gradini della chiesa, nonne e nonni con le tasche sempre piene di caramelle e mamme brontolone, ma amorevoli. Quando avevo quindici anni però, la mia famiglia decise di trasferirsi in città per permettere a me e mia sorella di frequentare il liceo.
Quello è stato il primo strappo dentro di me.
Mi ricordo ancora il primo giorno di scuola.
Entrai in classe per ultima e tutti erano già seduti in coppie.
Il mio banco era in fondo a destra e per arrivarci dovetti attraversare tutta la classe.
Anche se guardavo il pavimento, potevo sentire gli occhi di tutti fissarmi e i commenti che facevano tra loro.
Non so cosa dicessero, quel ricordo si è perso nei cassetti della memoria, ma posso ancora sentire l’ostilità mista a curiosità che avevano nei miei confronti.
In quel primo anno in città imparai cosa significhi essere un membro esterno a una comunità e quanta fatica costi farsi accettare.
Nel condominio bisognava stare attenti a non far troppo rumore per non disturbare i vicini e se ti mancava il sale, non potevi andare a bussare alla porta accanto.
Le strade erano posti anonimi e affollati dove eri solo uno dei tanti passanti cui nessuno s’interessava.
A scuola non riuscivo a comprendere “chi” desideravano che fossi per essere accettata.
I ragazzi parlavano di me, ma non erano interessati a parlare con me.
Le ragazze chiacchieravano tra loro guardandomi da lontano, ma quando provavo ad avvicinarmi sembravano infastidite, anche se sulla bocca avevano stampato un sorriso.
Quel nuovo mondo non mi capiva o forse io non lo capivo.
Quel linguaggio relazionale fatto di alleanze e frasi di circostanza mi sembrava freddo e impersonale e mi metteva a disagio.
"Come" dovevo essere per farmi accogliere?
Questa domanda mi è rimasta dentro e ancora oggi sto cercando la risposta.

Chi è Laura?



Per alcuni è il tocco deciso e gentile di dita sapienti che sanno trovare sempre il giusto punto da massaggiare per lenire il dolore di una contrattura, per altri è il sorriso di un incontro fugace nel vano dell'ascensore, per Francesca è il rifugio e il calore di un abbraccio capace di cancellare ogni timore, per Lucia è l'amore. Un amore difficile da accettare, doloroso da mostrare, ma impossibile da lasciare andare.