
Sul sito di “Per Fiducia” che trovate come link in questa pagina è Virginia a raccontare la mia storia, ma ora voglio essere io a parlarvi di me…
Sono nata in un piccolo paese dell’Umbria arroccato in cima a un colle.
Arrivando dalla superstrada appare come un frammento di passato incastonato tra i boschi.
Le case sono quasi tutte di pietra antica e le strade ancora pavimentate di sampietrini.
Da bambina ogni porta era quella di casa.
Noi ragazzini potevamo giocare liberi tra i vicoli vegliati da tanti zii e zie e all’ora di pranzo, se non eravamo ancora tornati, nostra madre urlava il nostro nome dalla finestra.
Nel mio ricordo il mio paese sta nel palmo di una mano, quella di una bambina felice.
Era una situazione per molti aspetti disagiata perché per ogni cosa c’era bisogno di prendere la macchina o l’autobus, ma la solidarietà, che c’era tra la gente, rendeva quel piccolo borgo una famiglia capace di far fronte insieme alle necessità di ognuno.
Dentro di me la mia infanzia è fatta di sorrisi, corse a perdifiato, pizza mangiata seduti sui gradini della chiesa, nonne e nonni con le tasche sempre piene di caramelle e mamme brontolone, ma amorevoli. Quando avevo quindici anni però, la mia famiglia decise di trasferirsi in città per permettere a me e mia sorella di frequentare il liceo.
Quello è stato il primo strappo dentro di me.
Mi ricordo ancora il primo giorno di scuola.
Entrai in classe per ultima e tutti erano già seduti in coppie.
Il mio banco era in fondo a destra e per arrivarci dovetti attraversare tutta la classe.
Anche se guardavo il pavimento, potevo sentire gli occhi di tutti fissarmi e i commenti che facevano tra loro.
Non so cosa dicessero, quel ricordo si è perso nei cassetti della memoria, ma posso ancora sentire l’ostilità mista a curiosità che avevano nei miei confronti.
In quel primo anno in città imparai cosa significhi essere un membro esterno a una comunità e quanta fatica costi farsi accettare.
Nel condominio bisognava stare attenti a non far troppo rumore per non disturbare i vicini e se ti mancava il sale, non potevi andare a bussare alla porta accanto.
Le strade erano posti anonimi e affollati dove eri solo uno dei tanti passanti cui nessuno s’interessava.
A scuola non riuscivo a comprendere “chi” desideravano che fossi per essere accettata.
I ragazzi parlavano di me, ma non erano interessati a parlare con me.
Le ragazze chiacchieravano tra loro guardandomi da lontano, ma quando provavo ad avvicinarmi sembravano infastidite, anche se sulla bocca avevano stampato un sorriso.
Quel nuovo mondo non mi capiva o forse io non lo capivo.
Quel linguaggio relazionale fatto di alleanze e frasi di circostanza mi sembrava freddo e impersonale e mi metteva a disagio.
"Come" dovevo essere per farmi accogliere?
Questa domanda mi è rimasta dentro e ancora oggi sto cercando la risposta.
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